Storia dell'Anm

L'associazionismo giudiziario in
Italia ha una forte e radicata tradizione che risale ai
primi anni del '900.
Nell'aprile
del 1904, 116 magistrati, in servizio
nel distretto della Corte di Appello di Trani, firmarono un
documento, poi noto come "Proclama di Trani", diretto al capo
del Governo ed al ministro della Giustizia, con il quale si
sollecitava la riforma dell'ordinamento giudiziario.
Il documento, che rappresentava la
prima iniziativa collettiva di magistrati, venne pubblicato con
grande risalto dal "Corriere giudiziario", un settimanale di vita
forense fondato nel 1901 da tre giovani avvocati romani.
In breve tempo furono raccolte su
quel testo 350 adesioni da tutta Italia, a testimonianza dei
fermenti che si muovono soprattutto nella bassa magistratura, sia
in ordine a rivendicazioni economiche che a riforme di ordinamento.
La risposta del governo fu in una duplice direzione: sanzioni
disciplinari e concessione di modesti aumenti di stipendio. Ma un
processo era ormai innescato.
Il 13 giugno 1909,
a Milano, quarantaquattro magistrati raccogliendo gli spunti di
questo dibattito, fondarono la Associazione Generale fra i
Magistrati d'Italia: nel settembre 1911 i soci ammontavano
già a 1700 per raggiungere nell'aprile 1914 il numero di 2067.
Nel 1911 si tenne,
a Roma, il primo "Congresso Nazionale della Magistratura",
la cui laboriosa organizzazione aveva preso le mosse sin dal 1906.
Il Congresso si svolse in una sala di Castel Sant'Angelo; i
partecipanti erano 592.
L'organo di stampa
dell'associazione "La Magistratura" iniziò le
pubblicazioni nel settembre 1909.
Sin dallo statuto provvisorio
dell'Agmi ci si era affrettati a proclamare: "E' escluso ogni
carattere e fine politico"; per altro verso nella neonata
associazione prevalsero ben presto posizioni moderate. E tuttavia
questi fermenti associativi già da diversi anni avevano vivamente
preoccupato e l'alta magistratura e l'esecutivo. Luigi
Lucchini, presidente di sezione della Corte di Cassazione
di Roma, professore universitario e deputato, sulla "Rivista
penale" da lui diretta assunse un atteggiamento nettamente
critico verso questo fenomeno.
In particolare è significativa la
ostilità netta mostrata dal Guardasigilli V. E.
Orlando. Già il 14 agosto 1907 il
ministro aveva diramato una circolare ai capi delle corti nella
quale rilevava con rammarico la diffusione tra i magistrati del
"costume di pubblicamente interloquire intorno a questioni
attinenti l'esercizio dell'ufficio loro, sia sotto forma di
interviste, sia con lettere o con articoli" e concludeva
minacciando sanzioni in caso di abusi.
Lo stesso ministro in una
intervista al "Corriere d'Italia" del 23 agosto
1909 a proposito della fondazione dell'Agmi, dopo aver
espresso "dubbi gravissimi sulla possibilità che l'iniziativa
produca frutti utili e degni", affronta senza infingimenti un
nodo centrale: "la magistratura italiana ha una costituzione
rigorosamente gerarchica... la gerarchia ne costituisce
l'essenza".
E dunque, proseguiva il
Ministro,
"delle due
l'una: o questa associazione non riprodurrà in sé tutti i vari
gradi della magistratura e allora... scarsa ne sarà l'autorità e
temibili saranno i conflitti del contrapporsi di una magistratura
minore verso quella maggiore che ha funzioni direttive; o invece
questa fusione avviene, e allora la discussione da pari a pari (e
un'associazione non si concepisce se non sulle basi di una perfetta
eguaglianza tra i soci)... con quella vivacità che contraddistingue
il nostro temperamento latino, fra un uditore ed un primo
presidente di cassazione, difficilmente si può credere che non
danneggi la dignità e l'autorità di quest'ultimo".
Ed ancora dichiarava il ministro
Orlando all'intervistatore:
"Una delle
funzioni essenziali del fenomeno associativo sta nella combattività
delle associazioni stesse...Sotto questo aspetto, ella già intende
come sia indifferente la considerazione che una eventuale
associazione fra magistrati si dichiari (e come potrebbe essere
diversamente?!) apolitica. Lasciamo anche stare che tutte le
associazioni fra funzionari cominciano col porre detta
affermazione, ma poi nella loro effettiva attività difficilmente vi
si mantengono fedeli. Ma, ripeto, anche a prescindere da ciò, la
discussione combattiva di idee,di tendenze, quando si svolge nel
seno di funzionari, costituisce per sé stesso un atto che ha valore
ed efficienza politica nel largo senso di questa
espressione".
Il ministro Orlando colse con
grande puntualità (e se ne allarmò) i caratteri essenziali del
fenomeno associativo: la rottura della separatezza della casta, la
apertura alla politica, la messa in crisi del principio gerarchico
e della stessa dipendenza della magistratura rispetto
all'esecutivo.
E' interessante rilevare che nella
seduta di fondazione dell'Agmi Giovanni Sola,
appena assunta la presidenza, esordì osservando:
"la
magistratura italiana, già da tempo, sente il bisogno di uscire dal
suo isolamento di fronte allo sviluppo economico e sociale del
Paese e ai complessi problemi che tuttora gravano insoluti sugli
ordinamenti della giustizia".
Sono parole che, quasi
testualmente, riecheggeranno, mezzo secolo dopo, in un momento di
rinnovato vigore dell'esperienza associativa al Congresso di
Gardone.
L'AGMI non poté sopravvivere al
consolidamento del regime fascista ed allo scioglimento di tutte le
libere associazioni. Si riporta correntemente che l'AGMI fu sciolta
nel 1925, ma la realtà è significativamente più
articolata. A seguito del rifiuto dei dirigenti dell'AGMI di
trasformare l'associazione in sindacato fascista, l'assemblea
generale tenuta il 21 dicembre 1925 deliberò lo
scioglimento dell'AGMI. L'ultimo numero de "La
magistratura" datato 15 gennaio 1926 pubblica
un editoriale non firmato dal titolo "L'idea che non
muore":
"Forse con
un po' più di comprensione -come eufemisticamente suol dirsi- non
ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza
gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide
aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di
qualche satrapia... La mezzafede non è il nostro forte: la 'vita a
comodo' è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco
perché abbiamo preferito morire".
E' forse in questo gesto di sfida
la ragione della durezza mostrata dal regime, che con R.D.
16 dicembre 1926 destituisce dalla magistratura i più noti
dirigenti dell'associazione a cominciare dal segretario generale
Vincenzo Chieppa, verosimilmente autore
dell'articolo citato.
Alla caduta del fascismo si
ricostituì immediatamente la Associazione Nazionale Magistrati
Italiani. La rivista "La Magistratura" riprese le
pubblicazioni nell'aprile 1945. Su tutta questa
vicenda vedi F. Venturini, Un "sindacato" di giudici, cit
pp 263- 287.
Con il ristabilimento della
democrazia Vincenzo Chieppa venne riassunto in magistratura ed è
uno dei dirigenti della ricostituita Associazione dei
magistrati.